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I RAVE PARTY E LA MIA STORIA

Giorni fa ascoltando Radio tre ho saputo che il nuovo governo ha approvato la legge che regolamenta gli  assembramenti di persone in particolare i Rave Party detti anche Free Party, frequentati soprattutto dai giovani.

Per prima cosa mi viene da pensare che questo tipo di restrizioni in Italia ricorda il periodo fascista e per me che sono nata nel 1948 con la Repubblica e l’inizio di un regime democratico, non può che mettermi in allarme.

In particolare i Rave Party, da cui è nato il dibattito pubblico, sono considerati da molti degli incontri pericolosi e diseducativi nonostante non si siano mai registrati disordini o problemi all’ordine pubblico in questi contesti.

Ne deduco che l’intento di impedire i Rave e gli assembramenti di più di cinquanta persone sia soprattutto politico. I giovani che partecipano ai Rave, o a manifestazioni di piazza, sono più liberi di dire cose che alla politica fanno paura.

Questa nuova legge non tiene conto della storia che sta dietro a tali manifestazioni. Soprattutto in Italia l’arte dell’incontro in luoghi pubblici è da sempre molto diffusa e fa parte delle caratteristiche peculiari dei suoi abitanti.

Noi italiani nel mondo siamo conosciuti, apprezzati e invidiati per lo stile di vita e per la nostra capacità di socializzare e di divertirci. Una cultura dell’incontro che viene da molto lontano addirittura da Platone e dal suo famoso – Simposio -.

L’ Italia è conosciuta in tutto il mondo per i suoi luoghi di incontro. L’osteria e poi più tardi il bar, ma anche la strada, la piazza sono i luoghi che già i miei nonni sceglievano per incontrarsi, per rilassarsi, per divertirsi magari davanti ad un buon bicchiere di vino, che aiutava a lasciare fuori preoccupazioni e pensieri di una vita a volte troppo difficile da sopportare.

Nelle campagne romagnole la veglia – veggia –  in romagnolo,   si faceva nelle stalle, il posto più caldo della casa, grazie al calore che emanavano le mucche, e lì si tramandavano le esperienze di vita, la cultura, i canti, i balli ma soprattutto le storie. Una vera e propria trasmissione orale dei valori della società di allora.Io sono figlia di quella cultura, mio padre, mio nonno e tutti gli avi mi hanno trasmesso questa passione: l’incontro con l’altro come risorsa da dare e da ricevere.

In gioventù conducevo una vita molto intensa e avevo molte responsabilità e pesi da portare. A soli ventotto  anni ho creato la mia prima azienda cooperativa con sole novantamila lire di capitale iniziale. Nove soci a diecimila lire per ogni socio. Al mattino non sapevo mai se sarei riuscita ad alzare la serranda del piccolo locale che avevo preso in affitto come sede della cooperativa. Un’esperienza unica  in Italia e forse anche in Europa, nel settore delle lingue straniere.

Tutto era basato sul coraggio di riuscire nel mio intento che era quello di dare riconoscimento e protezione alla figura del traduttore e interprete che a quel tempo era anche la mia professione. I traduttori non erano tutelati dalla legge e quindi erano in balia del mercato e dei clienti che facevano solo i loro interessi sfruttando i lavoratori.

In poco tempo la cooperativa si affermò sul mercato fino a diventare il punto di rifermento di enti pubblici come la Regione, la Provincia il Comune di Bologna e delle principali aziende private della regione, dando lavoro e benessere ad una ventina di professionisti e alle loro famiglie.

Oltre a svolgere il ruolo di presidente, organizzatore e promotore della cooperativa e dei suoi servizi, impegno che mi prendeva gran parte della giornata, avevo un figlio molto piccolo da crescere, due genitori che vivevano a cento chilometri da casa mia da sostenere.

Le mie giornate erano lunghe e faticose e se non avessi avuto la possibilità di staccare non ce l’avrei mai potuta fare. Dopo il lavoro andavo, almeno due volte alla settimana, in osteria da sola, come unica donna libera, non accompagnata da un uomo, in una regione, la Romagna, dove quasi solo uomini, venivano a passare qualche ora in osteria, dopo una giornata di lavoro.

Nessuno si è mai permesso di giudicare apertamente questo mio comportamento, del tutto inusuale per l’epoca. A dire il vero ero inattaccabile; non avevo relazioni sentimentali o sessuali con nessuno di loro, discutevo e difendevo con passione le mie idee alla pari dei maschi. Bevevo come e più di gran parte di loro senza ubriacarmi. Gli uomini mi vedevano come una di loro e mi rispettavano.

In osteria ho incontrato molte persone speciali dalle quali ho imparato tanto. Dalla mia esperienza spesso mi piace affermare che ho imparato sulla vita molto più in osteria che più tardi all’Università. In particolare vorrei ricordare la figura di un grande Maestro che ancora oggi riconosco come uno dei miei più importanti maestri di vita e mentore: Aldo Ascione. Un personaggio eclettico, molto colto, amante dell’arte e della musica, che non si è mai sposato.

Ha dedicato tutta la sua vita alla cultura, alla musica e a rendere migliore la società in cui viveva.  Era un grande bevitore, viveva con suo fratello già anziano e anche lui che a quei tempi non dovrebbe aver avuto più di cinquant’anni, sembrava un vecchio. Aldo arrivava ogni sera verso le ventitré  per uscirne appena prima dell’alba, alla famosa Casa delle Aie di Cervia di cui era fondatore, già con una notevole quantità di vino in corpo.

Si sedeva al tavolo di fronte a me, e se io cominciavo a parlare lui si addormentava davanti a un boccale di birra. Diceva che la birra lo rinfrescava dal calore che gli procurava il vino. Dopo un pò lo svegliavo e gli dicevo: – ma Aldo, io vengo qui per parlare con te dei miei problemi e per chiederti consiglio e tu dormi?  – E Aldo rispondeva  – ma ragazza mia, tu parli veloce come un  treno ed io in treno dormo sempre… –

La Casa delle Aie è ancora oggi un luogo di incontro per gli amanti del bel vivere, della buona cucina, ma soprattutto delle tradizioni romagnole. E’ lì che ho imparato le antiche – cante romagnole –  i balli, e ho scoperto la storia delle mie origini e della gente di Romagna.Nello statuto della Casa delle aie è ancora oggi vietato utilizzare strumenti musicali. Solo l’uso della voce è  permesso o al massimo il battere il tempo con le mani sui grossi tavoli di legno di pino.

Ho conosciuto Aldo in occasione di una trasferta a Monaco di Baviera con la Banda cittadina, di cui era anche il direttore.

Era il 1965, io avevo appena compiuto 17 anni e venni incaricata di accompagnare i sessanta musicisti della Banda cittadina di Cervia, più le autorità locali, per fare da interprete nonostante la mia limitata conoscenza del tedesco.

Questo viaggio a Monaco di Baviera era stato organizzato per ratificare il gemellaggio fra il comune di Monaco di Baviera e il comune di Cervia-Milano Marittima località turistica frequentata soprattutto da turisti tedeschi.

Mi vestirono da contadina romagnolo dell’800 e avevo il compito di porgere, quale omaggio della città di Cervia al sindaco di Monaco, una botticella di Sangiovese su una carriola. Il giorno dopo il nostro arrivo sul lago Ammer, unico albergo disponibile a settanta chilometri da Monaco per via dell’Oktoberfest che aveva attirato migliaia di turisti, fummo invitati nella – Rastkeller – il ristorante del Comune  di Monaco –  per una seconda colazione con le autorità.

Lì mi fecero sedere fra il sindaco di Monaco Herr Vogel in italiano – signor Uccello –  il sindaco di Cervia e Aldo Ascione, e poi di seguito sulla lunga panca tutti i musicisti. Quel mattino avevo fatto colazione nel nostro albergo sul lago dove mi ero rimpinzata di favolosi dolci secondo la migliore tradizione bavarese. L’incontro con le autorità tedesche era fissato per le undici del mattino ed io ero ancora piena dell’abbondante colazione.

Il sindaco era un tipico bavarese, con una pancia enorme da gran bevitore di birra e quando mi vide così magra e giovane si impegnò a servirmi abbondanti Wurstel bianchi, i famosi Bretzel  e un boccale di birra da un litro – ein Mass – come lo chiamano loro. Ho poi scoperto che a Monaco non esistono bicchieri più piccoli per la birra e tutti bevono in questi enormi boccali  senza fare una piega.

Grazie alla mia abitudine di bevitrice di sangiovese, ressi il colpo con il litro di birra, ma quando il sindaco di Monaco continuò a versarmi nel piatto gran quantità di würstel bianchi, credevo di morire.

I würstel scivolavano come piccole sfere viscide nella mia bocca. Un’esperienza orribile.

In questo viaggio ho imparato tante cose nuove e abitudini che non conoscevo che mi hanno colpito per la loro praticità ed efficienza. Così due anni dopo ho deciso di trasferirmi a Monaco, per studiare e lavorare senza conoscere nessuno e con soli sessantamila lire in tasca.

Questa decisione mi ha portato fortuna perché in quel Paese mi sono formata professionalmente, ho iniziato il mio lungo viaggio alla scoperta del mondo, degli altri e di me stessa.

Grazie dell’attenzione. Lascia un commento grazie

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